Il presidente della Fondazione Mezzogiorno: L’Europa deve uscire dall’incertezza e tornare a investire sulla crescita”
In un contesto internazionale segnato da crescente instabilità geopolitica, tensioni commerciali e trasformazioni profonde degli equilibri economici globali, il ruolo del sistema bancario e della finanza torna al centro del dibattito pubblico ed economico. È questo il quadro in cui si è svolto sabato 28 marzo 2026 a Napoli il convegno “The banking system and today’s geopolitical challenges”, promosso dalla Fondazione Banco di Napoli, che ha riunito esponenti di primo piano delle istituzioni europee, del sistema bancario e del mondo imprenditoriale.
Ad aprire i lavori sono stati il presidente della Fondazione Banco di Napoli Orazio Abbamonte e l’ambasciatore Pasquale Q. Terracciano. È quindi intervenuto il sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze Federico Freni. Al confronto hanno partecipato, tra gli altri, Ignazio Visco, già governatore della Banca d’Italia, Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea, Barbara Kolm, economista ed ex vice governatrice della banca centrale austriaca, Stefan Ingves, già governatore della banca centrale svedese. Presenti inoltre Federica Brancaccio, presidente dell’Ance, Giuseppe Castagna, amministratore delegato di Banco Bpm, Antonio D’Amato, Presidente e Ceo di Seda International Packaging Group e numero uno della Fondazione Mezzogiorno, Brunello Rosa, CEO di Rosa & Roubini Associates. I lavori sono stati coordinati dal giornalista Roberto Sommella, mentre la sessione dedicata alle banche centrali è stata moderata dal direttore de Il Mattino Vincenzo Di Vincenzo.
Il confronto ha evidenziato come la fase attuale segni un passaggio strutturale: dalla globalizzazione a un contesto di competizione tra sistemi economici, caratterizzato da tensioni geopolitiche, ridefinizione delle catene del valore e crescente pressione sulla competitività industriale. In questo scenario, la finanza non può limitarsi a garantire stabilità, ma è chiamata a sostenere investimenti, innovazione e capacità produttiva, contribuendo alla tenuta e al rafforzamento dell’economia europea.
D’Amato: La crisi di oggi frutto di una guerra economica di sistema
Nel suo intervento, il Presidente della Fondazione Mezzogiorno Antonio D’Amato ha proposto una lettura netta del contesto, definendolo come l’esito di una “guerra economica di sistema” che si sviluppa da oltre un decennio e che oggi si manifesta anche sul piano geopolitico e militare. Non si tratta, secondo D’Amato, di una crisi improvvisa, ma di un processo lungo in cui l’Europa ha progressivamente perso consapevolezza del legame tra industria, tecnologia e sviluppo. L’idea di poter delocalizzare la manifattura mantenendo in Europa ricerca, innovazione e benessere si è rivelata illusoria, perché la storia industriale dimostra che questi elementi sono inscindibili.
Debito e crescita insostenibili senza industria
Il risultato è una progressiva deindustrializzazione che oggi rappresenta uno dei principali fattori di debolezza del continente. La quota della manifattura sul PIL europeo è scesa al 14%, mentre l’obiettivo dichiarato è il ritorno al 20%. Un arretramento che si è accelerato negli ultimi anni e che ha ridotto la capacità dell’Europa di generare crescita, occupazione qualificata e mobilità sociale. “La ricchezza nasce dall’industria, non dai servizi”, ha ribadito D’Amato, sottolineando come senza una base produttiva solida non sia possibile sostenere nel tempo né l’innovazione né il welfare.
Accanto alla questione industriale, D’Amato ha posto con forza il tema della sostenibilità del debito e delle politiche economiche adottate negli ultimi anni. Dalla pandemia in poi, ha osservato, gran parte delle risorse pubbliche è stata destinata alla gestione delle emergenze più che alla costruzione di crescita. Questo pone oggi un problema strutturale: senza aumento dell’occupazione, del gettito fiscale e della ricchezza prodotta, il debito non è sostenibile. E questo aumento può venire solo da un rafforzamento della capacità produttiva e competitiva del sistema.
Il sistema industriale italiano è ancora vitale, capace di mantenere posizioni sui mercati internazionali grazie alla diversificazione e alla qualità delle produzioni, ma penalizzato da una dimensione insufficiente e dalla mancanza di grandi player. Un limite che non è solo italiano ma europeo e che, secondo D’Amato, è stato aggravato da un approccio alle politiche della concorrenza troppo legato ai confini nazionali e incapace di cogliere la dimensione globale della competizione. L’assenza di grandi campioni europei riduce la capacità di investimento, innovazione e presenza nei settori strategici.
Competitività e regolazione: l’incertezza blocca gli investimenti
Uno dei passaggi centrali dell’intervento ha riguardato la critica all’iper-regolamentazione europea e all’instabilità del quadro normativo. Negli ultimi anni, ha osservato D’Amato, si è prodotto un accumulo di regole e vincoli spesso guidati da approcci ideologici, in particolare nella gestione della transizione ecologica. Il risultato è stato un aumento dei costi, soprattutto energetici, e un livello di incertezza tale da paralizzare gli investimenti. Le imprese, ha sottolineato, non sanno più su cosa investire, perché non hanno certezza che le scelte di oggi saranno compatibili con le regole di domani.
Il riferimento è stato esplicito alle politiche energetiche e agli strumenti come la tassonomia e il sistema ETS, che hanno favorito dinamiche di finanziarizzazione senza risolvere il nodo strutturale del costo dell’energia. Le continue oscillazioni tra diverse fonti – dalle rinnovabili al gas, fino al nucleare – hanno reso impossibile una programmazione industriale coerente. In questo contesto, la sostenibilità rischia di diventare un fattore di svantaggio competitivo se non è accompagnata da una visione industriale e tecnologica realistica.
Europa lenta, mentre Usa e Cina accelerano
Il confronto internazionale evidenzia ulteriormente il ritardo europeo. Negli Stati Uniti, politiche come l’Inflation Reduction Act sono state adottate in tempi rapidi, mentre in Europa il processo decisionale resta lento, complesso e difficilmente correggibile. D’Amato ha richiamato i limiti del funzionamento istituzionale europeo, caratterizzato da un equilibrio sbilanciato tra Commissione, Parlamento e Stati membri, che rende difficile intervenire tempestivamente per correggere errori o adattare le politiche.
In questo scenario, la priorità indicata è chiara: rimettere in moto il motore industriale europeo, intervenendo rapidamente per ridurre rigidità e vincoli non necessari e per creare un quadro regolatorio stabile, prevedibile e favorevole agli investimenti. Non si tratta di abbandonare gli obiettivi ambientali o sociali, ma di renderli compatibili con la competitività e con la sopravvivenza stessa dell’industria europea.
D’Amato ha inoltre richiamato il tema della dipendenza strategica dell’Europa, in particolare nei confronti degli Stati Uniti sul piano della difesa. A suo avviso, parlare di autonomia europea senza una base industriale e senza una vera integrazione delle politiche industriali e militari rischia di restare un esercizio teorico. Senza standard comuni, senza filiere integrate e senza una visione condivisa, anche eventuali strumenti finanziari comuni rischiano di non produrre effetti reali.
In chiusura, il Presidente della Fondazione Mezzogiorno ha ribadito che la sfida è innanzitutto economica. In un mondo sempre più competitivo, conta la forza economica complessiva dei sistemi. Senza una base industriale solida, l’Europa non può ambire a un ruolo autonomo nello scenario globale. E senza ridurre le incertezze che essa stessa ha prodotto attraverso un eccesso di regolazione, sarà difficile per le imprese tornare a investire, crescere e competere.
Il ruolo della politica monetaria e della finanza nella nuova fase geopolitica
Nel corso del confronto è emersa con chiarezza anche la complessità del ruolo delle banche centrali e del sistema finanziario in uno scenario caratterizzato da shock esterni e forte incertezza. Ignazio Visco ha richiamato la natura dell’attuale fase, sottolineando come l’economia globale si trovi di fronte a uno shock di offerta paragonabile a quello degli anni Settanta, legato in particolare alle dinamiche energetiche e geopolitiche. In questo contesto, ha spiegato, la politica monetaria può contribuire a stabilizzare l’inflazione e a evitare effetti di secondo ordine su salari e prezzi, ma non può compensare gli effetti reali sull’economia: il compito principale resta in capo alla politica economica nel suo complesso. L’aumento dei costi energetici e l’incertezza sugli scenari futuri, ha aggiunto, rischiano di incidere direttamente sulle decisioni di investimento delle imprese.
Sul piano bancario, Giuseppe Castagna ha posto l’accento sul tema della governance, evidenziando come le recenti modifiche normative introdotte dalla legge Capitali abbiano aperto una fase di transizione non priva di incertezze. La stabilità della governance, ha sottolineato, resta un elemento essenziale per garantire continuità aziendale e capacità di affrontare un contesto competitivo complesso, in cui le banche sono chiamate a sostenere l’economia reale mantenendo al contempo solidità e affidabilità.
Guardando invece alle trasformazioni tecnologiche e ai nuovi equilibri globali, Piero Cipollone ha evidenziato come il tema dei sistemi di pagamento sia ormai direttamente legato alla sovranità economica europea. La crescente diffusione di circuiti non europei, che oggi gestiscono circa due terzi delle transazioni con carta nell’Unione, rappresenta un fattore di vulnerabilità strategica. In questo quadro, l’euro digitale viene indicato come uno strumento chiave per garantire autonomia e resilienza, consentendo ai cittadini europei di continuare a utilizzare la moneta della banca centrale anche nello spazio digitale e riducendo la dipendenza da operatori esterni.
Nel loro insieme, gli interventi hanno evidenziato come la sfida attuale non sia soltanto quella di gestire la stabilità finanziaria, ma di rafforzare il legame tra sistema bancario, innovazione e capacità produttiva, in un contesto in cui le variabili geopolitiche incidono sempre più direttamente sulle dinamiche economiche e industriali.
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