Al Forum “Cambio di Paradigma”, il presidente della Fondazione Mezzogiorno richiama la necessità di un’Europa capace di decidere e competere. «Il Mezzogiorno ha una grande partita da giocare: può attrarre investimenti, trattenere competenze e valorizzare il proprio capitale umano. È urgente migliorare la qualità della vita dei territori».
Reindustrializzare l’Europa e l’Italia, riequilibrare le condizioni della concorrenza internazionale, creare occupazione di qualità e rendere il Mezzogiorno più attrattivo per le imprese e per i giovani. Sono i temi al centro dell’intervento di Antonio D’Amato, Ceo di Seda International Packaging Group e presidente della Fondazione Mezzogiorno, alla seconda edizione del Forum organizzato dal Mattino Cambio di Paradigma – Forum dell’Economia del Nuovo Mondo, tenuta venerdì 23 ottobre 2026.
D’Amato ha inquadrato la competitività europea in uno scenario internazionale segnato dalla guerra commerciale e da una forte competizione geopolitica, con il rischio che le tensioni si estendano anche sul piano militare. «Questi scenari aiutano a capire quanto sia complessa la situazione che affrontiamo sul piano della stabilità politica ed economica, e della stessa tenuta sociale e democratica del nostro continente».
In questo contesto, il presidente ha ribadito la necessità di rafforzare il progetto europeo, accompagnandolo però con un cambiamento profondo nel modo di agire. «C’è bisogno di Europa più che mai. Non vorrei che ci fossero dubbi sulla mia convinzione circa il ruolo e la necessità dell’Europa. Vorrei però che fossimo altrettanto chiari nel riconoscere che abbiamo bisogno di un’Europa completamente diversa da quella di oggi».
A suo giudizio, una delle principali criticità è la capacità decisionale delle istituzioni europee, insieme a un’impostazione che negli ultimi anni ha finito per penalizzare la base produttiva. «L’Europa è al centro della crisi che stiamo vivendo, innanzitutto per la sua capacità decisionale. Da oltre quindici anni sta procedendo sistematicamente verso una forma di suicidio». Da qui l’urgenza di un cambio di direzione: «La strada da intraprendere con forza e determinazione è quella della reindustrializzazione dell’Europa e dell’Italia, e del ritorno della competitività europea al centro dell’agenda».
D’Amato ha richiamato in particolare il rapporto tra industria, innovazione e occupazione. «Abbiamo pensato di poter esternalizzare la manifattura verso la Cina e i Paesi emergenti a basso costo, immaginando di poter mantenere qui la ricerca, l’innovazione, la qualità della vita, dei prodotti e del welfare. Nel frattempo, però, abbiamo reso progressivamente più cittadini disoccupati». Una scelta che, secondo D’Amato, ha trascurato una lezione fondamentale della storia industriale: «Dove si produce ci sono ricerca, innovazione e occupazione di qualità. C’è soprattutto quell’ascensore sociale che solo un sistema produttivo avanzato può garantire: un operaio può diventare operaio specializzato, caporeparto, dirigente».
Concorrenza aperta, ma a condizioni eque
Il tema della reindustrializzazione si intreccia con quello delle regole del commercio internazionale. D’Amato ha sostenuto la necessità di conciliare l’apertura dei mercati con condizioni di concorrenza eque, nel passaggio dal free trade al fair trade. «Il libero scambio è un principio liberale, ma non può significare che le imprese europee debbano competere con realtà che hanno standard sociali e ambientali incomparabili con i nostri».
Il presidente ha sottolineato le difficoltà delle imprese europee quando devono sostenere costi e vincoli più stringenti rispetto ai concorrenti. «Non possiamo imporre alle nostre imprese costi e vincoli per ridurre le emissioni, mentre i concorrenti operano senza obblighi equivalenti. E non possiamo mettere le imprese private europee in competizione con aziende di Stato». L’obiettivo, ha affermato, non è sottrarsi alla competizione, ma renderla sostenibile: «È una battaglia durissima, ma possiamo vincerla se competiamo a condizioni eque».
A questo squilibrio si aggiunge, secondo D’Amato, l’effetto dell’iper-regolamentazione e del costo dell’energia. «Dobbiamo smettere di rifugiarci nella retorica e nelle visioni ottimistiche. Dobbiamo essere realisti e affrontare concretamente le battaglie che abbiamo davanti». Tra queste, l’intervento ha indicato il contenimento dei costi energetici, che incidono su tutta la filiera: «L’energia incide in ogni passaggio produttivo: dalla produzione delle materie prime alla loro trasformazione, dalla produzione del packaging alla distribuzione. Il costo dell’energia mette a rischio la continuità delle nostre imprese».
Giovani e capitale umano
Il legame tra manifattura e lavoro è stato al centro anche della riflessione sulla fuga dei giovani. D’Amato ha osservato che la formazione, pur essendo essenziale, non basta se non è accompagnata da opportunità professionali coerenti. «Continuiamo a chiederci come trattenere i giovani e fermare la fuga di centinaia di migliaia di ragazzi formati. Ci vantiamo di avere le Academy, ed è giusto. Ma non siamo in grado di offrire loro posti di lavoro adeguati».
La sfida, ha proseguito, è creare un sistema produttivo in grado di assorbire le competenze e di offrire prospettive di crescita. «I giovani formati hanno bisogno di luoghi in cui lavorare, e sempre più spesso non li trovano né in Italia né in Europa». Per questo, le politiche per il capitale umano devono procedere insieme a quelle industriali e occupazionali. «Tutto quello che facciamo per migliorare la qualità del capitale umano è fondamentale: è una condizione di base. Ma dobbiamo anche fare in modo che i giovani possano restare e crescere qui, pur andando magari altrove per fare esperienza».
D’Amato ha richiamato anche la necessità di favorire la nascita e lo sviluppo delle imprese innovative, superando gli ostacoli che in Italia rendono più difficile avviare un’attività e gestirne il rischio. «Molte iniziative avviate da italiani capaci e brillanti non nascono qui, ma altrove». Un tema che si collega alla più ampia esigenza di creare condizioni favorevoli all’impresa e all’investimento.
Qualità della vita fattore essenziale per attrattività dei territori
Nel suo intervento, D’Amato ha indicato nel Mezzogiorno una parte decisiva della risposta alla questione della competitività italiana. Il Sud dispone di giovani, competenze e risorse che possono essere valorizzati, ma ha bisogno di un contesto capace di sostenere nuovi investimenti produttivi. «Il Mezzogiorno potrebbe fare molto di più se operasse dentro un’Europa più competitiva, capace di rilanciare la competitività industriale. Parliamo di industrie di qualità, avanzate e tecnologicamente sviluppate, capaci di attrarre e trattenere competenze e di valorizzare il capitale sociale che abbiamo a disposizione».
Il presidente ha sottolineato che l’attrattività non dipende soltanto dagli incentivi o dalle condizioni economiche, ma anche dalla qualità complessiva dei territori. «Gli investimenti si dirigono verso i luoghi più ospitali e accoglienti. Una delle difficoltà più grandi del Mezzogiorno e di Napoli, in particolare, è la scarsa attrattività, legata anche alla qualità della vita».
Su questo punto, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di considerare la qualità e la stabilità dell’occupazione, accanto alla crescita del numero dei posti di lavoro. «Dobbiamo chiederci quale occupazione e quale crescita. Dobbiamo parlare della qualità della crescita». L’espansione di attività a basso valore aggiunto e di lavori precari, secondo D’Amato, non può sostituire una strategia di sviluppo fondata su industria, innovazione e competenze.
La conclusione ha ricondotto la sfida a due livelli, europeo e territoriale. «La competitività, il rilancio dell’economia, dell’industria e dell’occupazione si giocano soprattutto a livello europeo. Qualunque sia il colore del governo, l’80% delle decisioni che contano si prende in Europa». Ai territori spetta invece il compito di migliorare la propria capacità di accogliere gli investimenti e offrire prospettive alle persone.
«Abbiamo bisogno di un rapido cambio di agenda a livello europeo e di un cambio di passo nei nostri territori», ha concluso D’Amato. Una condizione necessaria perché il Mezzogiorno possa trasformare le proprie potenzialità in sviluppo produttivo, nuova occupazione e opportunità per i giovani.




