Presentati il nuovo Quaderno della Fondazione Mezzogiorno e una proposta di legge delega per la riorganizzazione delle competenze tra Stato e autonomie territoriali
Economisti e costituzionalisti a confronto sul futuro delle autonomie territoriali. Al centro del dibattito il ruolo dei LEP, la necessità di ripensare il Titolo V e una proposta di riforma per rendere più efficiente il sistema istituzionale italiano.
A venticinque anni dalla riforma del Titolo V della Costituzione, è necessario aprire una nuova stagione di riflessione sul funzionamento delle istituzioni italiane e sulla loro capacità di sostenere crescita economica, investimenti, occupazione e coesione sociale.
È questo il messaggio emerso dal convegno “Ridefinire il rapporto Stato-Regioni. LEP, autonomie e competitività del Paese”, promosso dalla Fondazione Mezzogiorno presso l’Unione Industriali Napoli lunedì 22 giugno 2026. L’iniziativa ha rappresentato un momento di confronto tra economisti, costituzionalisti e studiosi delle politiche pubbliche sui temi dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP), dell’autonomia regionale e dell’efficacia dell’attuale assetto istituzionale italiano, con l’obiettivo di superare una discussione spesso condizionata da contrapposizioni ideologiche e riportarla sul terreno dell’analisi scientifica e della valutazione delle politiche pubbliche.
Ad aprire i lavori sono stati il Presidente dell’Unione Industriali Napoli, Vittorio Genna, e il Presidente della Fondazione Mezzogiorno e Ceo di Seda International Packaging Group, Antonio D’Amato.




Autonomie e competitività: la sfida del nuovo contesto globale
Nel suo intervento introduttivo, D’Amato ha evidenziato come il tema delle autonomie non possa essere affrontato separatamente dalle grandi sfide economiche e geopolitiche che l’Italia e l’Europa sono chiamate ad affrontare. “Il vero tema non è l’autonomia differenziata in sé, ma la capacità del sistema istituzionale italiano di sostenere crescita, occupazione e competitività in uno scenario internazionale sempre più complesso”, ha affermato.
D’Amato ha ricordato come il principale potenziale di sviluppo del Paese continui a concentrarsi nel Mezzogiorno. “Oggi il tasso di occupazione nazionale è pari al 62,5%, ancora lontano dall’obiettivo europeo del 70%. Il Centro-Nord è ormai vicino a quella soglia, mentre il Mezzogiorno si attesta intorno al 50%. Portare il Sud al 60% significherebbe creare circa un milione e 250 mila posti di lavoro e rafforzare la sostenibilità economica e sociale dell’intero Paese”.
“È un tema complesso, reso ancora più difficile dalla riforma del Titolo V della Costituzione. Le numerose modifiche e le continue tensioni istituzionali che si sono susseguite negli anni non hanno aiutato a individuare e risolvere i punti critici del sistema. Basta osservare l’andamento dell’occupazione” ha osservato l’ex numero uno di Confindustria.
Un divario che dura da quasi cinquant’anni
Nel 1977 il tasso di occupazione nel Mezzogiorno era intorno al 49%. Successivamente è sceso fino al 45%, mentre nel Nord saliva al 55%. Nel 2022 il Mezzogiorno era ancora al 46%; nel 2023 al 48%; soltanto oggi, nel 2025, siamo arrivati al 50%. In altre parole, dal 1977 a oggi il Sud è tornato appena al livello occupazionale di quasi cinquant’anni fa, mentre il Nord ha guadagnato oltre dieci punti percentuali. Siamo ancora nettamente al di sotto dello standard minimo necessario.
“È evidente che il vero motore della crescita italiana è il Mezzogiorno. Il Nord del Paese ha ormai spazi limitati di ulteriore espansione; la sua capacità di crescita aggiuntiva non può che essere marginale rispetto al potenziale ancora inespresso del Sud”.
D’Amato ha inoltre richiamato il nuovo contesto geopolitico ed economico nel quale si muovono Europa e Italia. “Competiamo con una Cina che utilizza una poderosa politica industriale, con un’India in forte crescita e con gli Stati Uniti che stanno investendo massicciamente nella reindustrializzazione. In questo scenario l’Europa e l’Italia non possono permettersi frammentazioni istituzionali o conflitti permanenti tra livelli di governo. Servono capacità decisionale, coordinamento e una visione strategica comune”.




I LEP come garanzia dei diritti di cittadinanza
La prima sessione dei lavori è stata dedicata alla presentazione del volume “I LEP presi sul serio. Prestazioni pubbliche e diritti civili e sociali dopo la riforma del Titolo V”, firmato da Sergio Beraldo, professore di Economia Politica dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e pubblicato nella collana “I Quaderni della Fondazione Mezzogiorno”.
Il volume propone una rilettura dei LEP come strumenti fondamentali di garanzia dei diritti costituzionali e di coesione territoriale, sottolineando come la loro definizione rappresenti una condizione preliminare per qualsiasi processo di redistribuzione delle competenze tra i diversi livelli di governo.
Una proposta per superare le criticità del Titolo V
La seconda parte dell’iniziativa è stata dedicata alla presentazione di una proposta di legge delega per la riorganizzazione dei rapporti tra Stato e Regioni, illustrata da Sandro Staiano, professore ordinario di Diritto costituzionale dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, e da Massimo Bordignon, professore ordinario di Scienza delle Finanze presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.
La proposta, frutto di un lavoro interdisciplinare promosso dalla Fondazione Mezzogiorno, introduce un metodo innovativo fondato sull’analisi delle funzioni pubbliche come presupposto per la redistribuzione delle competenze tra i diversi livelli di governo e per il riordino del sistema di finanziamento degli enti territoriali.
Dall’analisi delle funzioni alla redistribuzione delle competenze
Tra gli elementi qualificanti della proposta figurano:
- il riordino delle competenze sulla base di quattro grandi settori organici: sviluppo economico, sanità, welfare e governo del territorio;
- la definizione e il finanziamento dei LEP come condizione preliminare per ogni riallocazione delle funzioni;
- il superamento della logica della spesa storica attraverso costi standard, fabbisogni standard e meccanismi di perequazione;
- l’integrazione tra profili giuridici, economici e finanziari nella progettazione delle riforme istituzionali;
- il rafforzamento del ruolo del Parlamento e delle autonomie territoriali nel processo di attuazione della riforma.






Coesione territoriale e competitività del sistema Paese
Alla successiva tavola rotonda hanno preso parte alcuni tra i più autorevoli studiosi italiani di diritto costituzionale, finanza pubblica ed economia delle istituzioni: Floriana Cerniglia, professoressa ordinaria di Economia Politica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore; Giuseppe Pisauro, professore ordinario di Scienza delle Finanze della Sapienza Università di Roma e già Presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio; Giulio Salerno, professore ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico dell’Università di Macerata; Vincenzo Tondi della Mura, professore ordinario di Diritto costituzionale dell’Università del Salento; e Lorenza Violini, professoressa ordinaria di Diritto costituzionale dell’Università degli Studi di Milano.
Il confronto ha approfondito le implicazioni economiche, costituzionali e amministrative della ridefinizione dei rapporti tra Stato e autonomie territoriali, evidenziando la necessità di coniugare efficienza istituzionale, sostenibilità finanziaria, garanzia dei diritti e competitività del sistema Paese.
Con questa iniziativa la Fondazione Mezzogiorno conferma il proprio impegno nel promuovere un confronto fondato su evidenze scientifiche e proposte operative sui principali temi strategici per lo sviluppo del Mezzogiorno e la competitività del sistema Italia.
La convinzione di fondo è che la qualità delle istituzioni, la chiarezza delle responsabilità pubbliche e la capacità di garantire diritti uniformi ai cittadini costituiscano una leva decisiva per rafforzare la crescita economica, la coesione territoriale e il ruolo dell’Italia nel contesto europeo e internazionale.
IL VIDEO INTEGRALE DEL CONVEGNO (Radio Radicale)







